Blue River

Quinto anno di pensieri & parole in libertà. Partendo da un vecchio disco che mi illuminò tanto, tanto tempo fa...
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venerdì, 03 luglio 2009
No tram no party/2

Come ampiamente minacciato, risaliamo sul tram per una seconda serie di osservazioni. Prendiamo di mira la razza padrona: gli studenti.

Qui il discorso si complica, per via dei sottotipi. Vediamone insieme alcuni.

 

Le studentine

Sono quelle dei primi anni delle superiori, riconoscibili da mamme che casualmente vanno a buttare il pattume proprio mentre le angeliche fanciulle aspettano l’arrivo del tram. O che al ritorno trovano le stesse mamme che tornano, sempre casualmente, con la sportina della spesa; o paparini improvvisamente memori di aver lasciato in macchina gli occhiali, le chiavi, lo scontrino, o credevano di aver scordato. Queste coincidenze accadono di rado, solo 250 volte l’anno.

Segni particolari: accanite divoratrici di gomme da masticare dall’odore pestilenziale, gomme che  butteranno in terra con nonchalance alla fermata e che si attaccheranno inesorabilmente alle scarpe dei pochi parvenu che restano sotto le pensiline. Col caldo, puo’ starci che uno vada poi in giro con le scarpe di Spiderman.

 

Gli studentini

All’inizio dell’anno scolastico li vedi brufolosi e con vocine che ne farebbero potenziali Cugini di campagna (nel senso canzonettaro); alla fine dell’anno vantano voci baritonali e peluria caprettana. Potrebbero, se ben imbeccati musicalmente, fare un Pavarotti & friends praticamente da soli, spalmandolo su nove mesi.

 

Le/I superiori

Qui ci sarebbe da fare una considerazione: avete presente nei film americani quei college, con tutte e tutti in divisa? Ora, siccome noi “non siamo mica gli americani” (come cantava l’apprezzatissimo Vasco, e mi fa piacere vedere che su almeno una cosa andiamo d’accordo), le divise non sono quelle canoniche, ma quelle dettate dalla madre di tutte le tendenze: la tv. Si arriva al punto che certe mattine sembra di trovarsi in un programma della De Filippi, o nella casa del GF: poi ti arriva un pestotto, una zainata nella schiena, una punta di scarpa sul malleolo a farti riprendere il contatto con la dura realtà.

Pestilenziali scarpe sportive fanno si che i rudi cowboys si riconoscano dall’odore, purtroppo non solo tra di loro: mentre non mancano poi i casi singoli. Ho visto coi miei occhi la metamorfosi di una di queste ragazzine: ad inizio anno scolastico sembrava una Avril Lavigne in salsa padana, quindici giorni fa invece lo stile era quello impeccabile di un compleanno a Casoria, per intenderci.

Poi, sempre tra i singoli, non posso non citare un baldo giovine di marcato accento polesano che, sceso dal treno e salito sul tram con la forza della prorompente vitalità, è passato dal comportamento bufalesco dei primi tempi al ruolo di sofferente giovane Werther: nonostante il ciuffo biondo e l’occhio azzurro, “gna fa’” a spezzare il cuore  di quella più alta del trio di canterine, grazie alle quali sono informato “live” pure io delle ultime novità discografiche.

 

Arch & Ing

Sulla strada  da e verso casa, c’è la fermata della Facoltà di Architettura ed Ingegneria: ebbene, non so se sia l’università a formarli, o se scelgano la facoltà in quanto già prima predisposti, ma le differenze saltano agli occhi subito. Gli/le ing. si intrattengono tra loro parlando di carichi, di termodinamica delle masse, di complessità strutturale, salvo poi chiedere invano come diavolo si possa obliterare il biglietto; gli/le arch si distinguono per gli immensi tubi porta disegni che li fanno sembrare un po’ marines coi bazooka, o per l’accuratezza delle spettinature, specie in versione maschile. Chè quella femminile, invece, fa avanzare il dubbio, ad un povero anzianotto come il sottoscritto, che l’armonia del Creato passi anche attraverso la facoltà di Architettura. Non a caso qualcuno definì il Padreterno come “Grande Architetto”, che diamine. 

(Para)noia di: Masso57 a 03/07/2009 10:46 | post e commenti | commenti (23)

martedì, 30 giugno 2009
No tram no party/1

Dopo dieci mesi di abbonamento al tram (eh si, quando mi dissero “attàccati al tram” non avrei mai pensato di doverlo fare davvero, un giorno) credo di poter raccontare un po’ di quelli che ormai, familiarmente, potrei definire appunto “tipi da tram”.

Premessa necessaria: il più delle mattine il mio viaggio avviene in uno stato semionirico, non so se avete presente certe scene felliniane di “Otto e ½” (con la sostanziale ed esiziale differenza che esiste tra il mio misero aspetto e lo splendore di Mastroianni, beninteso…). E questo non perché io sia un genio, anzi, al contrario, è l’instupidimento da sonno perso a determinare certe mia acidità. Ma veniamo ai tipi.

 

Le “vecchie”.

Chiamiamole così, senza offesa, spero. Rispondono a determinati parametri fissi: voce stridula, parlano quasi esclusivamente in dialetto ad un volume tale da sovrastare persino il mio misero lettorino mp3. Più potè un “mo’ ziao, zioia!” che un assolo di batteria di John Bonham, per dire. Si riconoscono per alcune caratteristiche estetiche che le rendono, un po’ come certe statuine made in China, immediatamente catalogabili. In inverno, le vedi salire con quel loro giaccone beige, ampia gonna e scarpe rinforzate marrone; fino all’avvento delle badanti dell’est, i loro capelli erano quanto di più innaturalmente biondo rossiccio si vedesse sulla faccia della terra. In estate, invece, le scarpe diventano blu, indossano gonne dagli improbabili motivi floreali, camicia o maglia in (s)tinta, quando non sono maglie bianche con la faccia dei nipotini stampata su qualche lungomare dei Lidi (il più delle volte, quei nipotini sono già laureati o hanno sposato persone “bene”): l’occhiale da sole è di quelli che fanno molto Mina anni 60, infatti molte ragazzine glieli guardano con ammirazione. Caratteristica, diciamo così, interstagionale: se proprio restano in piedi, cosa alquanto rara dato che con le buone o con le cattive, più spesso con le cattive, riescono sempre a sedersi, sono sempre a gambe aperte. Non so il perché, se in memoria di antichi trascorsi o per deformazione ossea: anche perché il più delle volte sono vedove, ad occhio, ma ancor più ad orecchio, comprensibilmente.

Tratto saliente, quando una di loro sale alla fermata in prossimità della parrucchiera, il gridolino che sale al cielo: “Mo’ Zianna, ma che bella testina che ti ha fatto la Zina!”.

Leitmotiv dei loro discorsi: le nuore inadeguate, le offerte del supermercato, i giovani d’oggi che non sono quelli dei loro tempi. E Maria De Filippi.

 

I “vecchi”.

Numericamente in minoranza rispetto alle omologhe di sesso femminile, sanno però farsi valere in quanto ad animazione delle discussioni. Gli argomenti, essenzialmente, sono due: il calcio e la propria astuzia. Al loro cospetto, a fronte della loro genialità innata ed incorporata, non si può che chinare il capo: loro sanno fare a lavorare il legno, il ferro, a riparare le bici, gli elettrodomestici, i motori. Il che non spiega perché siano sul tram e nella sportina abbiano il ferro da stiro della sposa da portare a riparare, ma tant’è. In questo periodo, hanno molta invidia per un loro coetaneo celebre che si riempie di zoccole escort, ma non disdegnano occhiate radiografiche alle poppute ragazze di colore che siano occasionalmente presenti.

Un sottogruppo della categoria sono gli ex appartenenti alle forze dell’Ordine: già alla fermata, ti aspetti che scattino sull’attenti, e quando salgono viene loro istintivo portare la mano al capo per salutare militarmente l’autista. Parlano col megafono, in maggioranza sono juventini o milanisti, e guardano con disprezzo, e forse pietismo, lo spillino nerazzurro del mio borsello.

 

Le badanti.

Dopo aver brillantemente superato in fantasia e creatività il cromatismo tricotico delle vecchie indigene, si fanno notare per essere costantemente al telefono, col risultato di ricordarmi le vecchie radio ad onde corte appena si andava fuori sintonia. La loro presenza spesso si nota non per l’odore sulfureo delle peccatrici, ma per quello assai più terreno di grappa ed affini che sostituiscono, nella loro colazione, il mediterraneo caffè. Paese che vai….

 

“Marocchini & negri” (aka “rubaza”, “robaccia” per i non nativi).

Per maggiore comprensione, diciamo che nella cittadella estense il termine “marocchino” è attribuito a tutti coloro nati da Firenze in giù, quindi rientrano nella categoria gli studenti meridionali come i maghrebini puri, intellettuali della Magna Grecia e profughi rumeni. Fattore scatenante comune: vengono visti con sospetto, e sono i primi cui il controllore rivolge le proprie attenzioni appena salito. Salvo scoprire che sono gli unici in regola col “titolo di viaggio”, a differenza di quel signore in giacca, cravatta e blackberry che accampa le scuse più miserevoli per giustificarsi dell’assenza del biglietto.

I negri, invece, li riconosci a fatica, sepolti come sono da innumerevoli sportine della spesa col logo del discount, sportine che riversano il loro contenuto a mo’ di tappeto quando il poveraccio viene inquisito dal controllore di cui sopra. Con esito negativo: chè notoriamente la gente povera è più onesta. Anche perché altrimenti non sarebbe povera.

 

 

(Para)noia di: Masso57 a 30/06/2009 10:40 | post e commenti | commenti (33)

giovedì, 25 giugno 2009
La serietà al governo

Travolti dal dramma iraniano, dalla cronaca di una mignottocrazia annunciata, dai raduni di veterani travestiti da “campioni” di pallone, in questi giorni si è fatta fatica ad avere notizie approfondite sul piano di riforma della regolamentazione del sistema finanziario presentata dalla amministrazione Obama*. Teoricamente, dovrebbe riguardare solo gli Usa, ma si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla in California sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. Quindi, sembra incredibile che se ne parli così poco, specie se si pensa che il punto di partenza è la creazione di una Agenzia per la protezione del consumatore [Consumer Financial Protection Agency]. Protezione, dato che la semplice informazione, seppur corretta, spesso non aiuta a prendere le decisioni migliori sul risparmio,  per gestire i debiti della carta di credito, per ottenere un mutuo o aderire, negli States, ai fondi pensione, dato che l’assenza di una previdenza pubblica, come la intendiamo dalle nostre parti, non garantisce una pensione adeguata in età avanzata. Infatti una maggiore regolamentazione dei prodotti finanziari al dettaglio, insieme con una limitazione dell'insieme dei prodotti disponibili, può servire a limitare il raggio degli errori finanziari che un consumatore può compiere. Ma tali misure non sono sufficienti a promuovere il benessere finanziario  nel lungo periodo. I consumatori sono impegnati in un tale numero di transazioni finanziarie così varie e sempre più complesse che non è possibile pensare di circoscrivere e regolare ogni possibile area finanziaria. Cosa forse neppure pensabile, nè auspicabile, nel libero mercato. Invece, è importante dare ai consumatori una conoscenza finanziaria sufficiente a renderli capaci di prendere decisioni adeguate in questo campo; quindi, è giusta una “cultura” che riconosca l'importanza di promuovere l'educazione finanziaria. Per dire, nel documento si dà ampio risalto al Credit Card Act: nel nostro immaginario, alimentato da decenni di mito americano, la tesserina di plastica sembra una panacea. Del resto, i nostri attuali governanti, per nascondere ai pensionati più deboli la drammatica erosione del proprio potere d’acquisto, non hanno spacciato loro la illusione della Social Card? In realtà, molte famiglie usano regolarmente le carte di credito che postpongono il pagamento del saldo alla fine del mese, ma solo una minoranza dei titolari sa che se i fondi presenti sul conto corrente non sono sufficienti a coprire l’intero importo, si veleggia su un tasso di interesse vicino al 18% che, composto per l'intero anno, comporta il raddoppio del debito in meno di cinque anni. Questo è ancora più pesante nell’ottica statunitense, dove il credito al consumo viaggia quasi esclusivamente su credit card.

Ma il nodo della riforma Obama è quello, fondamentale, della Alfabetizzazione Finanziaria.

Infatti, a pagare il prezzo più caro dell’ignoranza finanziaria non sono le grandi aziende, bensì i semplici cittadini, soprattutto coloro che sono già finanziariamente vulnerabili: nelle statistiche (non solo) americane le donne, specie se separate, gli anziani, le minoranze ed i precari. In Italia, sulla base dei crack Cirio, Parmalat e delle vicende relative ai bond argentini, potremmo aggiungere i piccoli risparmiatori, spesso (mal)consigliati da un funzionario della banca stessa con smanie di carriera che, di suo, non rischia nulla.

Per questo il presidente degli Stati Uniti guarda alle nuove generazioni sostenendo che il sistema scolastico deve avere un ruolo guida nell’educare i consumatori alle scelte d’investimento e d’indebitamento, poiché secondo il piano di Obama la responsabilità di ogni cittadino USA per superare questa crisi mondiale passa inevitabilmente per i banchi scolastici. L’educazione finanziaria, quindi, importante quanto l’educazione stradale, e per lo Stato assicurarla diventa una sorta di obbligo morale, in un’epoca in cui la responsabilità di assicurarsi una pensione adeguata –quindi un futuro economicamente più sereno-  nell’età avanzata ricade ora sulle spalle dei consumatori, sempre più confusi dalle opzioni di investimento proposte da banche e assicurazioni. Aggiungo che un governo responsabile dovrebbe sempre mettere a disposizione dei cittadini ogni tipo di informazione corretta riguardo a finanza e mercati; oggi però bisogna fare di più, trasformando le semplici conoscenze in sapere, e sostenere le fasce più deboli di fronte a difficoltà economiche di cui spesso non si comprendono i meccanismi. L'alfabetizzazione finanziaria è uno strumento indispensabile per i consumatori che operano nei mercati finanziari, dove sono impegnati in una infintà di transazioni sempre più complesse. I consumatori ne hanno bisogno per prendere decisioni relative al risparmio, ai fondi pensione, per gestire i debiti su carta di credito, per ottenere un mutuo. Negli ultimi anni, la situazione della finanza pubblica, soprattutto in paesi a forte deficit come il nostro, ha significato che la responsabilità di assicurarsi una pensione adeguata in età avanzata ricade ora anche sulle spalle dei consumatori. Proprio come è fondamentale saper leggere e scrivere, l'alfabetizzazione finanziaria diventa quindi un elemento chiave per non trovarsi, eufemisticamente, in mutande. Promuovere quindi “trasparenza, semplicità, equità, responsabilità e accesso”, come è scritto nel documento della Casa Bianca, è certamente un obiettivo essenziale per un efficace sistema di regolamentazione. Tuttavia, la semplice offerta di informazioni chiare e accurate spesso non basta a far sì che il consumatore prenda decisioni corrette. Per dire, anche in Italia la legge mira a proteggere chi richieda un prestito, imponendo la piena informazione su termini critici come TAN e TAEG (rispettivamente, “ tasso annuale” e “tasso annuo effettivo globale”): ma su due piedi, cosa significano (è il caso di dirlo) in soldoni? Purtroppo, molti cittadini non sanno come funzionano i tassi di interesse: e senza consumatori con un minimo di conoscenza finanziaria, la trasparenza non è sufficiente.

L’ iniziativa del presidente Obama, di cui si farà egli stesso promotore al prossimo G8, fa fare grandi passi avanti su questo, dato che impone alle società di credito al consumo di indicare nell'estratto conto il numero di mesi necessari al consumatore per ripagare il debito accumulato, se sceglie di effettuare solo il pagamento minimo mensile. E rendere più semplici le informazioni per il consumatore è un modo utile per aiutarlo a prendere decisioni in materia finanziaria. Perché, alla fine dei conti, la protezione del consumatore è una strada a due corsie: non richiede solo regolamentazione e supervisione delle attività, richiede anche di assicurarsi che noii consumatori possiamo avere gli strumenti adeguati per affrontare la schiera di scelte finanziarie a nostra disposizione. Muoversi nei mercati finanziari di oggi non è molto diverso da circolare nelle strade affollate: mettere ancora più cartelli stradali, aumentare le pattuglie della polizia stradale e limitare il traffico può ridurre gli incidenti stradali, ma se la gente non sa guidare, continuerà a farsi male. La promozione dell'alfabetizzazione finanziaria non deve essere una preoccupazione secondaria, ma una priorità assoluta.

Insomma, come per certi virus: la cattiva finanza, se la conosci, la eviti.

 

 

* Una sintesi [in inglese] piuttosto nitida e completa si può leggere qui.

(Para)noia di: Masso57 a 25/06/2009 10:49 | post e commenti | commenti (32)

mercoledì, 17 giugno 2009
Ball(ottaggi)ando sul mondo

Al candidato sindaco della destra le idee non mancano. Forte di una alleanza che comprende PDL, Lega Nord, UDC, Socialisti per la Pace, Socialisti per Sempre, Socialisti insieme, Nuova DC, DC seminuova poco usata, Movimento per l’Autonomia, Autonomia in Movimento, Liberali per la Socialdemocrazia, Socialdemocratici per lo Stato liberale, Alleanza Comunale, Partito contro la partitocrazia, ha celebrato la chiusura della campagna con l’intervento di un signor ministro, il quale arringa la folla dicendo: “L’Italia non è fanalino di coda in Europa. La riduzione dell'occupazione in Italia è al di sotto della media europea, sia rispetto al trimestre precedente che all'anno precedente”. E parlando del candidato locale, risponde che “un’amministrazione di centrodestra si deve caratterizzare per una maggiore disponibilità e capacità di ascolto delle autentiche volontà dei cittadini”. Tornando al respiro nazionale, il ministro ha vantato i risultati del suo governo, rivendicando come “il fatto che i salari siano cresciuti meno dell’inflazione è un dato congiunturale che va letto nell’anno intero ed è per questo che abbiamo appoggiato la volontà delle parti di realizzare un cambiamento del modello contrattuale e detassato le parti variabili del salario, quella cioè che deve emergere dagli accordi aziendali”. I presenti applaudono, poi si dirigono verso il Suv parcheggiato in seconda fila sulla pista ciclabile.

 

La manifestazione di chiusura, invece, del candidato sindaco del PD è iniziata con l’arrivo alle 17:30 del segretario del vescovo, il quale ha celebrato una funzione beneaugurante, nel corso della quale le sacre letture hanno avuto come sottofondo musicale brani di U2, Ligabue, Nannini, Elisa, Cremonini, CSN&Y. Dopo la cena elettorale presso la festa dell’Unità, un concerto dei P.F.M. (Piangiamo Franceschini Martire), poi il candidato sindaco del Centrosinistra  PD ha benedetto arringato gli astanti, illuminando la piazza con sette grandi bracieri, accesi grazie a una carbonella rigorosamente ecologica (coi Verdi in maggioranza, che altro fare?) per rappresentare i  sette doni dello Spirito Santo (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timore di Dio) punti del suo programma elettorale (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà, timore del Cavaliere). L'iniziativa, illustrata sotto l’alto patrocinio dell’ultimo segretario nazionale DS –quello magro magro, alto alto, che non disdegna, tra un miserere ed una estrema unzione, il bene effimero di un piatto di cappellacci col ragù- ha rappresentato il completamento di una campagna elettorale difficile e laboriosa che è stata “comunque bella, un segno forte non solo per il partito ma anche per l'intera città, la testimonianza delle tante ricchezze dei giovani che non possono certo essere tutti rinchiusi in comodi clichè, perchè chi li conosce davvero conosce anche lo spessore autentico delle loro domande”.  E l’appello finale per il voto di domenica e lunedì, verso un elettorato “chiamato ad accompagnare con la presenza, il sostegno, la preghiera il desiderio di ciascun giovane di essere testimone credibile agli occhi dell'intera società della speranza e della gioia dei giovani democratici”'.

Gli anziani ex compagni hanno le lacrime agli occhi: quelli giovani sono già tutti andati a farsi uno spritz al mare.

(Para)noia di: Masso57 a 17/06/2009 08:57 | post e commenti | commenti (46)

martedì, 09 giugno 2009
Il ratto delle Cabine

Nello scorso fine settimana, è andato in onda il format della Mininterno© , “Seggio elettorale”, quello che obbliga un gruppo di poveri disgraziati concorrenti costretti a convivere per giorni in una fetida aula scolastica, compilando registri e spulciando schede.

In questa edizione si è cominciato di sabato mattina; nella Casa nel plesso i concorrenti erano un professore con predisposizione al dispotismo illuminato (molto illuminato, considerando la sua perenne abbronzatura, frutto di sedute in abbonamento presso il centro estetico convenzionato con la palestra, convenzionata con la scuola dove abitualmente si esibisce); un “fannullone” talmente fiero detentore del titolo da abitare a 30 metri dalla Casa; una studentessa 33enne che anche quest’anno dichiara di essere ad un passo dalla tesi, come negli ultimi dieci anni, peraltro; l’ex dipendente della defunta Standa che non perde occasione di nominare invano il nome del Signore; l’altra “fannullona”, quella che il fannullone di cui sopra ha ribattezzato Guendalina per la somiglianza, nell’incedere,  con la omonima oca degli Aristogatti; e la new entry, una simpaticissima ragazza lentigginosa che, a giudicare dall’abbigliamento, che potremmo definire eufemisticamente succinto, deve essersi venduta gli averi per essere nominata presidente. Ha dovuto invece abbandonare la Casa il concorrente più anziano, quello che passava le ore dalle 7 alle 22 a corteggiare le scrutatrici, e quelle dalle 22 alle 7 a cercare di recuperare il tempo perso, costringendo il povero segretario a forme neppure troppo velate di alcoolismo: ma in ogni format, lo sappiamo, c’è il caso umano. Si, perché la strada della democrazia è lastricata di abusi e soprusi, invisibili agli occhi dell’elettore. Per dire, il presidente di seggio non viene eletto dai suoi membri, ma imposto dall'alto: la sacra investitura gli consente di nominarsi il segretario, con frettolose ed animate telefonate stile calciomercato per assicurarsi un/una qualche giuovine che sappia ancora dell’esistenza di antichi reperti quali le penne biro, la carta carbone (l’ultimo foglio fu acquistato dal presidente stesso anni fa, là dove c’era una cartoleria diventata nel frattempo una profumeria, poi paninoteca, poi gelateria ed oggi kebaberia. E la cipolla non ha la stessa efficacia della carta carbone, peraltro assai meno gustosa al palato), o le matite rossoblu, che non sono un gadget del Barcellona o del Bologna. Anche se una antica panchina del Bologna ritorna peraltro in mente con le grida alla Mazzone con cui il presidente deve spesso richiamare i componenti del seggio intenti ad amoreggiare, a litigare per (o col) telefono, o più prosaicamente a bersi un caffè o rubare le penne biro.

Sodali del Presidente sono poi i cd. “rappresentanti di lista”, quelli pronti ad accusare di brogli chi sostenga che la scritta “Berlusconi porco” sulla scheda significa rendere nulla la scheda, e si ostini a non dare il voto valido alla lista ed attribuire la preferenza (al Berlusca, non al suino).

Altre figure fondamentali sono gli "scrutatori": costretti dal format a sedersi su seggioline da bambini delle elementari, arrivano al termine delle operazioni in versione zippata;  inoltre, dovendo destreggiarsi tra matite copiative, cabine di legno, sostituzione dei disegni dei bambini con manifesti elettorali in cui si proclama il passaggio alle armi in caso di mancata restituzione della matita, proclami prefettizi in cui si comunica che “termine operazioni at ore 22 stop”, carta adesiva da umettare, schede da ripiegare come le carte stradali che un tempo i benzinai regalavano, arrivano alla conclusione che vivere negli anni ’50 non doveva essere poi uno spasso.

Al Presidente, poi, è richiesta una serenità di stampo tibetano, durante lo spoglio, per non salutare ogni scheda con gridolini di gioia o, nel caso dello schieramento a lui avverso, desiderare un paio di guanti sterili per non toccare la scheda infettata da “quelli”. Ma la guerra tra i presidenti, quella più subdola, è quella  finalizzata a battere sul tempo gli altri concorrenti. In particolare, è ormai guerra aperta tra il Fannullone e l’Abbronzato, guerra che si trascina dalle amministrative  ’89, quando il padre putativo di tutti i piacioni riuscì con uno spettacolare rush finale a consegnare per primo al messo comunale il fatidico fonogramma di fine scrutinio. Uno sgarbo mai completamente digerito: ed ovviamente, mentre i due si scannano vicendevolmente, anno dopo anno, a colpi di guttalax nelle bottiglie dell’acqua, invio di militari a votare nel seggio rivale, occultamento di temperini, infiltrazione di emissari in territorio nemico a chiedere “chiarimenti” assolutamente teorici o accademici, Guendalina piazza il colpo vincente, finendo per prima:  è stato così anche stavolta. Il che conferma che mentre i trogloditi sono fermi alla clava, Penelope va alla guerra: vincendola pure.

(Para)noia di: Masso57 a 09/06/2009 22:09 | post e commenti | commenti (41)

lunedì, 01 giugno 2009
Tutti vivemmo a stento

Qualche giorno fa Linda ha scritto sul suo diario un pensiero molto intenso, come sempre le accade, che si concludeva con questa frase: 

“Ci sono persone che cambiano la nostra vita, perché riescono a tirarci fuori il meglio, quello che di più buono e di straordinario racchiudiamo nel cuore. E ad aprirci gli occhi e la mente, solo con una parola o un gesto. Poi scompaiono. Si dileguano con la stessa discrezione e delicatezza con cui erano apparse sul nostro cammino, lasciandosi dietro grandi impronte da ricalcare e sassolini luminosi ad illuminare il buio della loro assenza. Giganti, totem, angeli, alieni,  fantasmi, pedine di un piano misterioso, non lo so. Forse, più semplicemente, persone belle”.

 

Le ho lasciato questo commento, in estrema sintesi del mio pensiero:

Che poi è così bello incontrarne, non importa se nel reale, nella fantasia, in un film, in una canzone, in un libro, in Rete, o se tutto ciò è solo un mezzo per condurci chissà dove.

Dove, comunque, si sta meglio”.

 

Ecco, sabato è stato il “compleanno” di questo fiume, che mi ha permesso di incontrare un universo di bellezza e fantasia, impegno e solidarietà, amicizia ed empatia, passione e compassione, idee ed ideali, scienza e conoscenza.

Un po’ quello che mi accadde tanti, tanti anni fa, quando si comincia a vivere quello strano processo di crescita che segna il passaggio dalla spensierata inconsapevolezza dell’infanzia a qualcosa di più concreto. Quell’anno, ero in seconda media, non riuscivo proprio ad ingranare con la matematica, materia con la quale c’era già allora  -e tale sarebbe rimasta- una specie di “conventio ad excludendum”: la qual cosa non mi avrebbe neppure toccato, bestia ero e bestia sarei rimasto, se non ci fosse stata di mezzo la scuola, la pagella, il fatto che sarebbe stato un mezzo dramma una eventuale bocciatura, o anche solo un esame di riparazione a settembre (anni dopo, ci avrebbero pensato i nipoti di mio padre a far cadere efficacemente il tabù dei “promossi senza macchia”, come da insana tradizione familiare). Così, il povero ignorantello fu indirizzato ad andare a ripetizione, una specie di Lourdes laica, dove la madonna dispensatrice di buoni consigli era una ragazza universitaria del palazzo di fronte, sulla cui bravura i miei avevano avuto ampie testimonianzee rassicurazioni, accompagnate peraltro da un desolante “peccato che siano comunisti”: il che peraltro, alla resa dei conti, si trasformò in un eccellente recupero dal 4 scarso al 7 finale in pagella, a fronte di una spesa per le lezioni che definire irrisoria sarebbe persino riduttivo.

Ma, oltre la matematica, la ragazza aveva la sana abitudine, da me immediatamente mutuata ed assimilata insieme con la abilità nel risolvere le equazioni e perchè i campi di grano sono a volte dei trapezi, di ascoltare grande musica. Fu in uno di quei pomeriggi di maggio che la mia attenzione fu catturata, in un alternarsi di buoni sentimenti, dalle elevazioni a potenza, dal fascino della minigonna, dalla bellezza di quell’uomo col sigaro in bocca ed il baschetto con la stella (“mi piacerebbe essere così da grande”: ho avuto più fortuna con la matematica che col desiderio impossibile) la cui foto campeggiava nella stanza, e dai suoni quasi medievali di una voce calda che raccontava di Carlo Martello che si lamentava del prezzo delle puttane (all’epoca, una “parolaccia”), di un dispettoso che avrebbe portato in sogno numeri sbagliati, che diventava il foco di Cecco Angiolieri, di re che facevano rullare i tamburi, di un letto di sposa fatto di ortiche e mimosa, e mille e mille altre strade ancora. Con le prime copie su cassetta, adottai un fratello maggiore, in pratica.

Da lì, senza dubbio, è partita la consapevolezza che una direzione ostinata e contraria non è sempre un male, anzi, come non lo è pedalare controvento o nuotare con una corrente contraria: che sarà anche fatica, ma vuoi mettere la soddisfazione?

Specie poi quando torni a riva o leghi la bici al palo: e quello che bevi, caffè o semplice acqua, tea caldo o vinello generoso, ti conforta ben al di là della misera soddisfazione fisica. Come leggere nei diarii; e diceva mio “fratello” :“mille anni al mondo, mille ancora, che bell'inganno sei anima mia, e che grande il mio tempo, che bella compagnia”.

 

(Para)noia di: Masso57 a 01/06/2009 09:57 | post e commenti | commenti (63)

martedì, 26 maggio 2009
Lontano da dove

Un uomo ha bisogno di fare la sua provvista di sogni.

Sapere dove è l'identità è una domanda senza risposta. Tutto nel mondo sta dando risposte, quel che tarda è il tempo delle domande.

 

I viaggiatori possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero.

 

Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.

 

Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, la pietra che ha cambiato posto.

 

Hanno riposato qui e là per la strada, silenziosi, né avevano di che dire, se perfino una sola parola è di troppo quando è la vita che sta cambiando, molto di più che se siamo noi che cambiamo in essa.


Il viaggio non finisce mai, solo i viaggiatori finiscono.

[Josè Saramago]

(Para)noia di: Masso57 a 26/05/2009 12:23 | post e commenti | commenti (49)

giovedì, 21 maggio 2009
No, non è la gelosia

Nel caos totale del villaggio globale del (pre)giudizio universale, succede che accadano cose che non vengono soppesate abbastanza.
Succede, ad esempio, che la Corte di Cassazione decida che la gelosia non può essere un’aggravante in caso di omicidio. Se decidete di uccidere vostro marito o vostra moglie perché spinti dalla gelosia, questa non può essere considerata come un’aggravante, e quindi la pena che vi verrà inflitta sarà quella normale di un omicidio.

I fatti. C’è la storia giudiziaria di un uomo che nel 2006 uccide la sua donna, ferendola mortalmente con un coltello da cucina. Il tutto dopo una lunga serie di persecuzioni, di percosse, di abusi, di minacce di morte sfociate poi nell'omicidio.

Il Tribunale di Milano lo condanna per omicidio, condanna poi confermata dalla Corte d’Appello, che parla di omicidio senza l’aggravante dei futili motivi.

E sapete quanto e’ stata la sua condanna? 14 anni di prigione. Altro che ergastolo.

Il Procuratore allora chiede l’aggravante, ed il conseguente innalzamento della pena a 30 anni. Ma i giudici della Corte di Cassazione hanno respinto (la sentenza è del 5 maggio scorso) il ricorso della Procura Generale della Corte d’Appello di Milano. E qui il discorso si fa tecnico. Cerco di semplificare al massimo: la scelta del “non ricorrere l’aggravante del motivo abietto” (che avrebbe fatto salire la pena a 30 anni) è stata duramente criticata dall’ Accusa nel ricorso in Cassazione. «Se è vero che la gelosia non può essere ritenuta motivo abietto e futile», ha scritto la Procura Generale, andava però tenuto presente che «l’istruttoria aveva dimostrato che l’imputato aveva perseguitato la ragazza minacciandola di morte qualora l’avesse vista con altri uomini». Un atteggiamento, sosteneva la Procura Generale, che rivela come la donna fosse «considerata “cosa propria”, violandone così la libertà di autodeterminazione».
Ma la Cassazione è rimasta ancorata all’interpretazione letterale dell’aggravante, non ha condiviso questa tesi e ha sottolineato che il motivo futile deve essere «indice di un istinto criminale più spiccato e della più grave pericolosità del soggetto». E la gelosia - secondo la Suprema Corte – non rientra in questa definizione di “motivo futile”.

In sintesi, per la Cassazione, è vero che «la manifestazione di morbosa gelosia costituisce uno stato passionale causa frequente di delitti anche gravissimi, ma per la coscienza collettiva non costituisce una ragione inapprezzabile di pulsioni illecite». L’aggravante, infatti, viene data solamente se, ed in quanto, l’omicidio e’ causato da uno «stimolo esterno così lieve, banale e sproporzionato, rispetto alla gravità del reato, da apparire per la generalità delle persone, assolutamente insufficiente a provocare l’azione delittuosa, tanto da poter considerarsi più che una causa determinante l’evento, un pretesto per dare sfogo all’impulso criminale» .
E la gelosia non rientra in questi parametri: quindi, se uccidi, ti becchi, al massimo, 14 anni. Nessuna differenza se la vittima è moglie, fidanzata o amante. L’importante è che l’assassino dimostri di essere stato preda di un irrefrenabile «stato passionale»: un delitto causato dalla «morbosa gelosia» non può essere punito con l’aumento di pena previsto nei casi di «futili motivi».

Un’interpretazione - quella della Cassazione - che avrebbe fatto la gioia del barone Ferdinando Cefalù detto Fefè (Marcello Mastroianni), protagonista del film capolavoro di Germi, «Divorzio all’italiana». Peccato che, nella realtà, non ci sia nulla da ridere. La gelosia non sarà un futile motivo per uccidere, ma e’ comunque morta una donna, uccisa da una persona che l’ha perseguitata a lungo, fino a farla fuori. 14 anni di prigione non sono certo una pena sufficiente: come dire,  insomma, un po’ di comprensione per chi è accecato dalla gelosia. Come se l’uccisione di una persona per gelosia non possa non essere considerata un futile motivo in una società che si pretende civile. La decisione dei giudici conferma il problema innanzitutto culturale che esiste nel nostro Paese, e rischia di creare un pericoloso precedente; il tutto in un momento in cui si dovrebbe mettere in campo il massimo impegno a tutela delle donne, dato che la maggior parte dei delitti le riguarda. Gelosia (e Cassazione) permettendo.

 

(Para)noia di: Masso57 a 21/05/2009 11:14 | post e commenti | commenti (37)

lunedì, 18 maggio 2009
Autoritratti

"Ho avuto più dipendenti che collaboratori. Colpa mia? Del mio carattere? Dell’ascendente che esercitavo sui miei uomini fino a paralizzare le loro personalità? Fatto sta che mai nessuno è venuto a dirmi: “Rinuncio alla mia carica perché non condivido il vostro punto di vista”.
"La parola “genio” mi veniva ripetuta cento volte al giorno anche da persone che nel campo del pensiero occupavano i posti più alti. Faticai più io per non perder l’equilibrio che non i miei ammiratori per mantenersi sulle punte aguzze del fanatismo. Rarissime volte ho stimato le persone che ho conosciuto"

 

 

Dall' ultima intervista rilasciata da Benito Mussolini al giornalista Ivanoe Fossani (20 Marzo 1945)

(Para)noia di: Masso57 a 18/05/2009 12:42 | post e commenti | commenti (45)

venerdì, 08 maggio 2009
Curiosity kill the cat

Per una volta, torniamo alle cose leggere leggere. Come può esserlo una semplice curiosità. Parliamo di personal computer, per esempio. Di quel “coso” che da ragazzini neppure avremmo immaginato: quando cioè si fantasticava di quei macchinari, allora etichettati con un termine orribile, “cervello elettronico”, che tradiva la funzione originaria di supercalcolatore (come si diceva ai tempi della corsa alla conquista della Luna, ricordo il tono ieratico delle cronache di Tito Stagno dell’epoca, una vera e propria epopea, vista con il senno del poi).

Il mio primo personal è arrivato in casa nel 1991, era un IBM PS2 comperato tra quelli dismessi dalla banca: previa opportuna raccomandazione utilizzazione delle conoscenze nel settore delle “risorse umane e strumentali”, con 250mila lirette era passato in un pomeriggio piovoso dal magazzino ragnateloso al baule della 127 e poi nell’indecoroso (a causa della sua presenza) arredo domestico.

Ricordo le lotte con lo spazio su disco (40mb), con i comandi del DOS, dove una virgola in più o in meno segnava il confine tra la frustrazione ed il fine raggiunto. Ma il monitor era già a colori, ben 256 per l’esattezza, e mi avevano dato persino il mouse, grazie al quale l’uso del neonato Windows 3.1 diventava molto più agevole.

Cinque anni di lotta, poi le esigenze dovute al fatto di avere dei cuccioli vogliosi di giochini, e la neonata possibilità di entrare nel paese dei balocchi dell’ “internet gratis per tutti”: ecco il grande passo.

Un bel case –non in senso estetico, peraltro, color avorio che sembrava più che altro quello delle pareti di una fumeria d’oppio- , un po’ di sane letture per raggiungere il miglior compromesso qualità/prezzo (sbilanciato, peraltro, sul versante del prezzo), pellegrinaggio per negozi e tra volantini per vedere chi offrisse una scheda audio a meno, o un hard disk più capiente, et voilà: assemblato, un bel (?) Windows 95 che, a dirla tutta, non avrebbe certo contribuito alle ricchezze del signor Gates,  e finalmente un sano monitor 17” che, per uno “cecato” come il sottoscritto era esattamente come passare dal finestrino di un treno ad una terrazza panoramica. Sopravvissuto a cinque anni di ricerche scolastiche, ma anche di lotte, torture, liberazioni di principesse, tornei di calcio, avventure di pirati, rally, sparatorie, alieni da abbattere ed altre amenità. Le prime canzoni cercate per un ascolto prima dell’acquisto, la posta elettronica che allora restava per settimane senza proposte di farmaci miracolosi, ragazze dell’est, orologi di marca copia perfetta dell’originale, principi africani che credevano in me come abile investitore, ed altre amenità.

Passano gli anni, ed in occasione dell’estate 2002 una naturale evoluzione, verso XP, un disco più capiente, una scheda audio coi controfiocchi per passare su pc e poi su cd (bella invenzione, il masterizzatore) i padelloni in vinile più cari, una RAM degna di questo nome: tra l’altro, è tuttora in funzione tra le grinfie dei cuccioli nel frattempo cresciuti, che tra messenger, librodellefacce ed altre amenità ci comunicano benissimo.

Perché al suo posto, nel ruolo di titolare,  due anni fa è arrivato un monolite nero, se possibile ancora più indecoroso del colore fumeria di cui sopra, ma nobilitato, agli occhi della mia signora riottosa, da un bel monitor piatto che in effetti meglio si addice agli spazi ristretti della dimora (scusatemi, ma stamattina sono più aulico che abulico…).

Unica precauzione, al momento dell’acquisto (tra l’altro, in salsa Coop: chè tra ristorno, sconto del 20% domenicale ed altri imprecisati artifizi diabolico-contabili me lo ha fatto pagare poco più del “bisnonno” ex banca….), che NON fosse preinstallato il famigerato Vista, il SUV dei sistemi operativi: no, grazie, io viaggio bene anche sulla Punto.

 

Curiosità, dicevo all’inizio;  avete voglia di raccontarvi alle prese con il “coso”?

 

(Para)noia di: Masso57 a 08/05/2009 13:10 | post e commenti | commenti (68)

 


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